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San Francesco a Pontremoli

San Francesco a Pontremoli

San Francesco
San Francesco

La storia, mano a mano che andiamo indietro nel tempo, in assenza di testimonianze scritte, si caratterizza quale un’attività di ricostruzione tesa a dare coerenza a quanto veicolato attraverso la tradizione orale.

Tradizione che, di generazione in generazione, trasmette la memoria di vicende che contengono qualche cosa di straordinario, ancor più se le stesse hanno per protagonisti personaggi a loro volta straordinari.

Personaggi che finiscono per inserirsi in spazio collocato fra l’umano ed il divino.

In quello spazio in cui albergano i miti, le leggende che nel riipetersi dei racconti si affinano, si arricchiscono di particolari, diventano materiale utile a formare la cultura di un popolo, di un territorio.

Si sedimentano all’interno di quella storia collettiva e senza fine che ci aiuta a riconoscerci come comunità.

A capire chi siamo.

A dotarci di quelle radici che ci consentono di cambiare, evolvendo nel tempo, ma rimanendo sempre noi stessi, ancorati alla nostra cultura.

Senza correre il rischio di perderci.

E’ in questo impalpabile luogo dello spirito che si colloca il racconto del passaggio di San Francesco a Pontremoli.

Meglio. In una valle di Pontremoli.

Quella che oggi è conosciuta da tutti come “la valle del sacro Cuore”: laValdantena.

In quel periodo, gli appelli del papa, uniti ad un desiderio di conquista e di arricchimento, avevano risvegliato negli animi la voglia di combattere i nemici della cristianità, cacciandoli dalla Terra Santa.

Anche in virtù di questo clima che, al tempo e non solo nei territori di oltralpe la chanson de geste alimentava, la via Francigena risultava essere un percorso molto transitato.

Da eserciti organizzati, ma anche da semplici pellegrini e, come naturale, da mercanti avventurosi.

Il tracciato, meglio sarebbe dire i tracciati, vedeva all’opera, alcuni ordini religiosi sorti da poco e che, non disdegnavano l’uso delle armi,: i Templari e i Cavalieri Ospitalieri.

Ma l’impegno trascendeva le loro forze e se, il loro apporto si rivelava efficace nel dare ricovero e sostentamento ai pellegrini attraverso una serie di ospitali realizzati lungo il percorso, non altrettanto si potrebbe affermare per ciò che concerneva il contrasto a banditi e tagliagole che, dalla loro criminosa attività ricavavano quanto necessario a mantenersi in vita.

Fu in questo contesto temporale che, su quella stessa strada, ma in direzione opposta a quella sulla quale normalmente viaggiavano gli armati quasi fosse una involontaria ma simbolica differenza, si erano incamminati anche due uomini di pace: frate Francesco e frate Masseo.

I due religiosi, avevano infatti ricevuto un incarico informale da Gualtiero II, vescovo di Luni.

Preoccupato dal malcontento diffusosi a causa delle vessazioni esercitate da alcuni prepotenti, sul territorio da lui controllato, quest’ultimo, aveva promulgato a Vezzala, vicino a Carrara, un corpo di statuti tesi a tutelare il diritto, a difendere i deboli ed a fissare le consuetudini in uso.

Anche perché, in maniera pre illuministica riteneva e non a torto che vessazioni esagerate rappresentassero un incentivo non banale a trasformare quelli che sarebbero stati solo dei pacifici contadini in incattiviti briganti di strada.

Nello stesso tempo, a completamento della sua irenica strategia, insieme al Comune di Pontremoli ed ai Signori Malaspina, il vescovo aveva anche assunto un impegno a mantenere sicuro il percorso della Via Francigena, sul quale non dimentichiamolo, tutti e tre riscuotevano imposte di passaggio.

Come sovente avviene però, leggi e accordi, valgono poco qualora non si sia in grado di farli rispettare.

E, malgrado il saltuario invio di suoi legati e perfino di armati incaricati di pattugliare il percorso, i risultati erano molto distanti da quelli che si era proposto di raggiungere con le sue iniziative legali e diplomatiche.

Ostinato per carattere il vescovo non si arrese ma, preso atto dell’insuccesso, cercò di individuare un modo diverso per approcciare il problema.

Si guardò intorno, si mise alla ricerca di qualcuno che, dotato di carisma, fosse in grado di diffondere queste sue direttive, fin nei centri periferici e sperduti della diocesi.

Quelli più difficili da assoggettare in permanenza ai rappresentanti della sua autorità e che pertanto erano quelli più soggetti all’arbitrio.

San Francesco

Un nome gli si presentò subito alla mente: San Francesco, allora solamente padre Francesco.

Chi meglio di questo frate avrebbe potuto assolvere a questo difficile compito?

Padre Francesco era un uomo ubbidiente alla gerarchia ma anche amato dal popolo presso il quale si era conquistato fama di predicatore carismatico.

Le sue parole infatti erano nutrite dalla forza della coerenza che aveva saputo testimoniare diventando povero fra i poveri.

Adottando, lui nato in una famiglia benestante, uno stile di vita austero, improntato alla frugalità ed alla preghiera.

L’unica richiesta che Francesco, interpellato, si sentì di avanzare fu quella di potersi avvalere della collaborazione di un frate a lui molto caro, frate Masseo.

Ottenuta questa piccola concessione, si mise subito in viaggio per immergersi, con la consueta generosità, nella difficile missione affidatagli.

Si fermò quindi ad Aulla e presso San Caprasio.

Qui, attorno a lui raccolse una folla numerosa che lo ascoltò affascinata e, così si dice, almeno nell’immediato, si uniformò concretamente ai suoi precetti: cessarono le liti, i torti furono immediatamente perdonati, i poveri vennero accolti e sfamati anche da chi era solo leggermente meno povero di loro, etc.

E la cosa si ripetè quando, colui che conosciamo oggi come San Francesco, arrivò a Pontremoli.

Ma fu la Valdantena il luogo in cui la sua missione ebbe un successo il cui ricordo è tutt’oggi oggetto del racconto di qualche anziano.

Incamminatosi lungo il percorso francigeno e lasciatosi alle spalle Pontremoli e di seguito Arzengio, il passo della Crocetta, Toplecca, Casalina, Groppodalosio e Previdè, frate Francesco e frate Masseo guadarono il torrente Civasola ed iniziarono a salire lungo le pendici dell’appennino ma, superato il Borgo di Groppoli, poco prima di giungere a Cavezzana D’Antena, si parò loro davanti uno spettacolo straziante.

Una anziana donna, gridava, piangeva, si strappava i capelli a ciocche.

Ai suoi piedi, avvolta in eleganti teli di lino che emanavano uno strano odore, frutto della mescolanza di unguenti aromatici e umori necrotici, era deposta una sagoma che, per conformazione, non lasciava spazio a dubbio alcuno.

Si trattava di una salma.

Francesco e Masseo si fermarono perplessi.

Qualcosa sfuggiva loro.

Un particolare aveva attratto la loro attenzione perché contribuiva a rendere incoerente la scena della quale avevano peraltro afferrato la drammaticità: la donna infatti non aveva le fattezze di chi, come era normale per i contadini di queste zone, quasi sempre soffriva i morsi della fame.

Anzi, era avvolta in un vestito nero che, assolutamente privo di macchie e di rammendi, ben tratteggiava la sua pinguedine.

Sensibili a tanto dolore i due frati non poterono fare a meno di arrestarsi, comunque decisi a meglio comprendere cosa in realtà fosse avvenuto e nello stesso tempo a fornire il loro aiuto se utile a temperare la disperazione della creatura che davanti a loro si stava disperando.

In maniera diretta chiesero alla donna cosa fosse avvenuto, di chi fosse il corpo che giaceva ai suoi piedi.

Essa, quasi in preda ad una crisi isterica liberatoria, si mise allora a narrare una scellerata storia, tale e quale di seguito riporto:

Mi chiamo Rachele e sono ebrea ed ebreo era mio marito- disse- che, alla sua morte, ormai 10 anni or sono, mi lasciò questo figlio che ora giace immobile ma anche una discreta fortuna.

Una fortuna che cercai di mettere a frutto, invero con talento non comune.

In questi anni di scarsi raccolti, in presenza di un divieto rivolto ai cristiani da parte del concilio Lateranense II, io, ebrea, che a tale divieto non dovevo sottostare, non ebbi difficoltà nel prestare denaro ai contadini immiseriti di questa valle, ricavandone ricchi interessi.

In questa attività, particolarmente quando la riscossione necessitava di energici solleciti, potei giovarmi fino ad oggi della prestanza fisica di questo mio figlio.

Pietro, detto anche il Versalolio, perché più di una volta per convincere i più riottosi fra i debitori a rispettare gli impegni che con me avevano assunto, non ha mancato di distruggere i contenitori in cui serbavano questo prezioso liquido.

Ed è così, che nell’ultima di queste sue missioni, aggredito alle spalle ed immobilizzato da tutti i componenti di una famiglia cui non era rimasto altro che la propria disperazione, ricevette 47 coltellate e mi fu fatto ritrovare riverso sul sentiero.

Oggi, e questo è ancor più disperante, pur avendo io offerto adeguata ricompensa, nessun abitante della vallata si è dichiarato disponibile nell’aiutarmi a dare a queste povere spoglie una degna sepoltura.-

Francesco e Masseo, si guardarono impietositi e mentre Francesco abbracciava, affettuosamente, la persona nella quale coglieva solo l’aspetto della madre disperata, asciugandole le lacrime, Masseo si caricò sulle spalle il pesante fardello e tutti insieme si mossero alla ricerca di un posto adatto a ricevere la salma.

Ridiscesero il sentiero, perchè proseguire in salita con quell’ingombrante involucro sarebbe stato impossibile, e si diressero verso il borgo del Molinello.

In prossimità dell’abitato, nel fianco della collina, individuarono un luogo che parve loro particolarmente adatto: uno spiazzo all’interno di un castagneto, con una terra scura ed umida in grado di offrire poca resistenza ai rudimentali strumenti con cui si accingevano a scavare: due grossi rami recuperati sul posto e resi piatti col piccolo coltello a serramanico che Padre Masseo, previdente, portava sempre con sé.

Quel giorno anche il luogo ebbe il suo battesimo.

Assunse infatti il nome che tutt’ora lo contraddistingue: “la Giudea”. Un chiaro riferimento alle origini familiari di chi, lì, aveva trovato la sua ultima dimora.

Al termine di questa triste fatica, Rachele, riconoscente, invitò a casa sua per rifocillarsi coloro che con tanta generosità l’avevano aiutata.

Ma forse ancor più che per riconoscenza fu una sorta di bisogno interiore a guidarla.

Il suo animo era scosso.

La sua condotta di vita l’aveva resa ricca ma al prezzo dell’infelicità di tanta povera gente.

Infine anche della sua.

E, seppure in maniera non del tutto chiara, avvertiva il peso di una esistenza sbagliata.

Infatti bastarono poche parole di Francesco per confermarla in quel convincimento che, con forza crescente, andava formandosi nel suo animo.

-L’uomo- le aveva infatti detto Francesco- non può essere felice dando l’infelicità.

L’uomo, sulla terra, riesce ad essere tanto più felice quanto più si avvicina al regno di Dio.

Un luogo in cui tutti gli esseri hanno il solito valore e non mirano a superarsi l’un l’altro.

Un luogo, appunto, dove la pace e l’armonia regnano sovrane.-

L’espressione di Rebecca, un tempo arcigna, era andata progressivamente addolcendosi mano a mano che in lei maturava una decisione che, solo poche ore prima, nessuno avrebbe potuto neppure lontanamente ipotizzare.

Colta da una irrefrenabile crisi di pianto, abbracciò Francesco e tenendo il capo chino sul suo petto che veniva scosso ripetutamente dai singhiozzi.

In tale stato emotivo riuscì a pronunciare poche ma toccanti parole.

Voglio dividere con gli abitanti della valle- disse- tutto il denaro che finora ho accumulato incurante delle altrui sofferenze.

Voglio che il dolore per la morte di mio figlio Pietro possa tradursi nella felicità di tanti altri figli che, a causa mia, vivono nella più nera miseria.

Voglio organizzare un banchetto cui partecipino tutti gli abitanti della valle in modo che, in questa circostanza, io possa chiedere il loro perdono.

I giorni successivi, aiutata da Francesco e da Masseo, li dedicò interamente all’acquisizione delle provviste: capponi, polli, conigli, lardo, formaggi, torte d’erbi furono reperiti nel circondario, pagando per tutto un prezzo giusto.

Il grande camino vide un susseguirsi ininterrotto di pentole e paioli per alcuni giorni e, mentre il cibo cuoceva, Rachele distribuì un quarto di soldo ciascuno ai dodici figli di Marta, una sua vicina vedova e anch’essa afflitta da debiti nei suoi confronti, affinchè portassero l’invito di casa in casa: il banchetto si sarebbe svolto la domenica successiva, dopo la messa, in località Barcola.

Come previsto quel giorno, all’ora di pranzo Barcola era affollatissima.

Alcuni si erano perfino fatti accompagnare da parenti, anch’essi detentori di un atavico appetito, ma che da tempo non risiedevano più nella valle.

Incurante di tutto ciò, Rachele, fece accomodare tutti intorno alla tavola imbandita, poi salì su un rudimentale sgabello che aveva sistemato presso uno dei capi della tavolata e, interrompendosi di frequente per la commozione, chiese scusa a tutti i partecipanti per il dolore di cui era stata causa quando, stoltamente, aveva lasciato che l’avidità scacciasse dal suo animo qualsiasi sentimento di fratellanza.

E non solo volle scusarsi ma si sentì anche in dovere di risarcire le proprie vittime e, con equanimità, fece distribuire a ciascuno, in ugual misura, un discreto gruzzolo di monete.

Un brusio simile a quello di un alveare riempì la vallata.

Ognuno si rivolgeva al proprio vicino facendo congetture e nel contempo rispondendo a quelle che altri andavano proponendo.

Nessuno sapeva trovare spiegazione plausibile per questo comportamente del quale non potevano, peraltro, che gioire.

In questa atmosfera di sconcerto e gioiosa felicità un giovane padre di famiglia che, complici un paio di bicchieri di bianco ingeriti quale aperitivo, aveva sostituito la sua timidezza con una sorta di educata sfrontatezza, un tal Matteo, non si trattenne.

Chiese direttamente all’interessata a chi dovesse attribuirsi quello che aveva l’apparenza di un miracolo.

Rachele indicò lui, Francesco.

Gli si rivolse chiedendogli di presentarsi, di raccontare la sua vita, di parlare della pace, dell’amore, del regno di Dio.

Francesco lo fece con la solita ispirata passione.

Ribadì più volte che sulla terra siamo tutti fratelli e quando, in conclusione del discorso, accennò anche ai suoi natali, dichiarandosi figlio di Pietro Bernardone, un altro giovane che fino ad allora aveva taciuto senza però distogliere lo sguardo da questo predicatore che tanto lo aveva affascinato, con l’entusiasmo proprio della sua età, levò in alto il calice pieno di vino, invitando tutti i convenuti ad un brindisi che accompagnò con queste parole: – Hai detto che siamo tutti fratelli.

Ed hai anche aggiunto poi di essere figlio di Bernardone.

Ebbene noi siamo orgogliosi di poterci dichiarare fratelli tuoi e pertanto, da oggi, anche noi ameremo chiamarci Bernardoni, aggiungendo questo appellativo al nostro nome originario.-

Tutti in coro manifestarono il loro assenso, si abbracciarono, si baciarono e continuarono a cantare fino a notte fonda le proprie lodi a Dio.

Quel giorno segnò quindi anche l’inizio della stirpe dei Bernardoni della Valdantena.

Un cognome che ancor oggi accomuna molti dei suoi abitanti.

Nello stesso tempo furono gettate le basi per una religiosità destinata a segnare per sempre ed in profondità quel territorio.

Da allora questa valle, benchè scarsamente popolata, ha infatti dato i natali a molti religiosi fra i quali due vescovi: Uggeri Antonio e Uggeri Bartolomeo.

Quest’ultimo, fra l’altro, pose la prima pietra dell’edificando complesso dell’Annunziata.

Quello in cui ancor oggi si recano numerosi fedeli per ascoltare le dotte e appassionate prediche di Don Lorenzo…un altro figlio della Valdantena!

Forse il passaggio di San Francesco a Pontremoli non è estraneo allo spirito di accoglienza che ancor oggi caratterizza questa terra.